Luoghi magici, castelli e foreste incantate. E poi principi e principesse, draghi, maghi, streghe e perfide regine. Attraverso le favole si compie il nostro primo viaggio nelle bellezze e nelle miserie del mondo. Esse svolgono un ruolo educativo tra i più importanti, ma possono anche avere una funzione terapeutica.  

C’era una volta la favola, un modo semplice per far comprendere ai bambini le gioie e le difficoltà della vita che li attende. Attraverso le vicende di principi e principesse, draghi, maghi, streghe e perfide regine, essi iniziano a farsi un’idea del mondo e affrontano per la prima volta le angosce e le paure tipiche della loro età. Le fiabe dunque pongono i bambini di fronte alle principali situazioni dell’esistenza umana. E la loro mente si popola di storie, personaggi e luoghi fantastici che li aiutano a riconoscere le emozioni, in un percorso fatto di immedesimazioni nelle situazioni e identificazioni nei protagonisti.

Ma chi fu, nel mondo occidentale, l’iniziatore della favola come forma letteraria? Per scoprirlo guarda il video.

Se per i bambini normodotati le fiabe rappresentano un modo per entrare in contatto con un sistema di valori che dovrà ispirare le loro azioni future, per quelli nati con minorazioni psicosensoriali gravi, come la sordocecità, esse diventano uno strumento terapeutico indispensabile per uscire dall’isolamento a cui sono costretti dalla loro condizione. Chi non può sentire né vedere, infatti, ha molto più bisogno dell’immaginazione e della fantasia per approcciarsi alle più svariate situazioni di vita.

Ecco dunque che nei percorsi riabilitativi dei bambini sordociechi e pluriminorati psicosensoriali, la favola necessita di essere toccata, poiché mediante l’esperienza tattile è possibile imparare a comunicare.

A Catia Sartini, Psicologa e Direttore di Settore presso la Lega del Filo d’Oro, abbiamo chiesto in che modo le favole tattili possono stimolare la comunicazione dei bambini sordociechi.

Titolo: FAVOLE SULLA PUNTA DELLE DITA
Autore: GIUSEPPE CORRADINI
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